La cultura del genocidio

Aprile 30, 2020
Un disegno realizzato dagli studenti di Kigali accomuna tutti i genocidi conosciuti

Se partiamo dall’assunto che la cultura è quell’insieme di codici intellettuali, morali, comportamentali e perché no antropologici che l’uomo assume per identificarsi nel mondo, allora ogni manifestazione, che sia essa positiva o negativa, non è altro che la manifestazione di una cultura. Su un cartellone che ho trovato esposto in un memoriale del genocidio dei cento giorni in Rwanda, a seguito degli studi effettuati da alcuni esperti, è dichiarato che tutto nasce da una condizione di povertà. Povertà materiale, di conseguenza intellettuale, quindi politica ed infine culturale. Al contrario, come spiegato in un altro cartello esposto nello stesso memoriale, la giustizia sociale e democratica, crea educazione e quindi convivenza.

L’ingresso del famoso hotel delle Mille Colline reso noto dal film Hotel Rwanda

La cultura di un popolo lo identifica, allo stesso tempo quella cultura è relativa ad esso, ovvero è parziale. La cultura globale, d’altro canto, non è più identificativa di nessun popolo pur conservando il carattere della parzialità. In definitiva potremmo oggi affermare che la vera ricchezza è nella convivenza ed interconnessione delle culture dei popoli, preservandone le peculiarità, perché solo dalla relazione tra le culture si può attingere al serbatoio della saggezza, mentre il secchio d’acqua fornito dalla cultura della globalizzazione è presto che prosciugato. La differenza è ricchezza solo quando preservata, diventa povertà quando appiattita dall’omologazione.

La cultura del tentativo della democrazia, utopia sociale (Platone), resta l’unica strada perseguibile in tutto il mondo. Se pur non praticabile, essa è talmente potente che basta il perseguimento del suo scopo per mettere nelle condizioni l’uomo di iniziare il suo cammino personale di realizzazione. Al contrario, la dittatura culturale non consente a nessuno di esprimere la propria missione, o come dicevano i greci, di realizzare il proprio demone, e quindi di essere felici.

Museo del Genocidio – Rwanda

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