“Passeggiando” (Killing Fields)

Settembre 5, 2019
Denti umani poggiati su di una pietra sotto un albero

Un memoriale che mi ha fatto riflette sull’importanza del non giudicare in base a ciò che appare, è stato quello di Phnom Penh in Cambogia. Il Killing Fields, noto alle cronache Europee come “Campo della morte”, era sostanzialmente un grande campo adibito a fosse comuni che nel periodo del regime comunista veniva utilizzato dai militari come luogo di esecuzione di tutte le persone “scomode” al regime. Istituito dal dittatore comunista in capo ai Khmer Rossi, Pol Pot, quello che ho visitato ai margini della capitale, era il campo della morte più grande ed operativo tra tutti quelli cambogiani.

Quando giunsi al Killing Fields, mi resi subito conto che la visita sarebbe stata impegnativa. Oggi visitabile anche dai turisti in visita alla capitale è stato reso accessibile a tale scopo, tuttavia questo luogo è stato reso fruibile secondo i parametri culturali e politici di una realtà molto differente dalla nostra. In linea con un contesto sociale caotico, dalle condizioni igienico sanitarie e di sicurezza quasi inesistenti, la visita si presenta emotivamente forte sin da subito. Una volta entrati, a parte qualche sentiero sterrato, l’unico modo per poter visitare bene questo luogo è quello di camminare sul campo disseminato di resti ossei e brandelli di vestiti.

Alla vista delle ossa ammucchiate su alcune teche fatiscenti, cumuli di denti sulle pietre, fango, animali ed erbacce, alcuni turisti occidentali lamentavano il fatto che in questo luogo non ci fosse il rispetto per le vittime. Mi venne subito in mente un parallelismo con la visita fatta in Polonia ai campi di concentramento nazisti, anche se si tratta di luoghi molto differenti tra loro, sono tutti e due luoghi di morte “sistemati” in modo da poter essere visitati.  

Ossa umane appoggiate su di una teca ormai piena

Questo luogo è stato “aggiustato” con l’intenzione di farlo vedere così come è stato trovato dopo la liberazione, con le fosse comuni aperte, in un contesto assolutamente il linea con il modo di vivere in Cambogia, invece i campi di concentramento polacchi sono stati “aggiustati” in modo tale da suscitare emozioni forti al visitatore nel tentatvio di trasmettere l’ingiustizia, l’angoscia di quel luogo teatrallizzando il contesto. Due scelte diverse, di due culture diverse che ritengo non siano sindacabili di giudizio partendo dall’assunto che la cultura dei popoli è parziale in ogni dove. Ho scoperto ad esempio che in alcune zone dell’Asia è ritenuto irrispettoso fare di un luogo di morte un “teatro” oltre che un “mercato”. Per tanto mi chiedo, chi decide cosa è rispettoso e cosa non lo è?

to be continued…

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