Prypiat (Chernobyl)

Giugno 13, 2019

Prypiat è indubbiamente il paese più “tristemente interessante” da visitare nella zona di esclusione di Chernobyl, Ucraina, noto alle cronache documentaristiche e cinematografiche per la tragedia occorsa la notte del 26 aprile 1986, a causa dell’esplosione di un reattore nucleare della vicina centrale nucleare V. Lenin.

famosa la ruota panoramica nel mezzo del parco giochi abbandonato, è la città dove vivevano le famiglie degli operai.

Situata a 3 chilometri dalla centrale nucleare più prestigiosa dell’allora Unione Sovietica, la cittadina ospitava circa 50.000 persone in un contesto moderno. Era ritenuto un privilegio viverci ed i salari erano sopra la media; per gli operai era un vanto lavorare alla Lenin e vivere a Prypiat, la città dei fiori, in cui si poteva godere di molti servizi e svaghi degni di una capitale.

La visita alla città nell’aprile del 2016, in occasione del trentesimo anniversario dell’esplosione, in realtà è per me iniziata tempo prima, quando l’amica Iryna Prus mi raccontò della sua famiglia e le vicissitudini di quel periodo, avendo vissuto in prima persona gli avvenimenti perché loro stessi residenti a Prypiat. Viaggio per altro proseguito anche dopo aver trascorso una giornata all’interno della zona di esclusione (che comprende 188 paesi abbandonati) quando nel 2019 ho incontrato anche la sorella Natalia. Una grande emozione.

Prypiat vista dal terrazzo del palazzo più alto. Sullo sfondo, a destra, si intravedono le ciminiere dei reattori nucleari 3 e 4.

Giunti in paese in tarda mattinata, dopo aver visitato altre zone contaminate, contatore geiger alla mano (misuratore di radiazioni) il mezzo che ci trasportava si fermò sullo stradone principale del paese che si presentava ai nostri occhi imponente nonostante lo stato di abbandono.

La visita è stata fugace, non si poteva toccare niente; negli ambienti chiusi si doveva seguire la guida senza potersi fermare: una scuola, un supermercato, il parco giochi mai entrato in funzione, un impianto sportivo, un teatro, ed infine un condominio, il più alto, sul quale dopo aver salito tutte le rampe di scale, giungiamo al vano motore dell’ascensore, attraversato il quale, dal terrazzo, si vedeva tutta la città ed in lontananza anche il radar Duga (struttura milirare di dimensioni mastodontiche) e il reattore numero 4.

Passeggiando sulla pista delle autoscontro di Prypiat

Giunta l’ora di pranzo, ci recammo alla mensa degli operai, ancora in funzione, in cui tutt’oggi vengono serviti i pasti ai militari e agli addetti che oggi lavorano alla manutezione e alla sicurezza di ciò che resta dell’impianto, con l’unica differenza che i pasti non vengono più preparati nelle cucine, ormai dismesse, ma solo serviti (arrivano ogni giorno già pronti da Kiev), in un ambiente sterile a cui si accede attraversano dei misuratori di radiazioni, con delle grandi vetrate che affacciano sulla centrale.

Il mio pasto
Il misuratore delle polveri radioattive eventualmente depositate sugli indumenti.

Dopo aver consumato il pranzo e ripreso fiato, non poteva mancare la visita al ground zero, ovvero al reattore numero 4. Giunti a pochi metri dal sarcofago (circa 300) ci fermammo su una sorta di piazzola al centro della quale c’era una scultura, un memoriale dedicato alle vittime, uno dei tanti, posto proprio li, di fronte il reattore esploso, rinchiuso nel suo precario sarcofago di cemento e ferro (oggi ricoperto dalla nuova struttura moderna). Molti sono i pensieri che affiorano nella mia mente, tante le sensazioni che attraversano il mio corpo, sensazioni di ogni genere… la sofferenza fisica lancinante dei “liquidatori”, i primi ad intervenire, il terrore delle famiglie rimaste chiuse in casa le prime ore dopo l’esplosione, ma anche il coraggio di quanti hanno scelto volontariamente di apprestarsi alle prime operazioni di messa in sicurezza pur sapendo di morire in poche ore, oggi dichiarati eroi nazionali.

Il memoriale dedicato alle vittime, sul fondo il reattore esploso rinchiuso in precarie lamiere di ferro, sotto sabbia e cemento.

Molte cose mi hanno colpito di questo luogo, il silenzio, la natura che pian piano si è ripresa tutto, le storie di coraggio, ma anche di arroganza, a significare che il valore delle cose è soggettivo, nella stessa situazione ci sono state persone che hanno agito con coraggio e sagezza, altre che hanno agito con stupidità e arroganza.

Cosa è giusto? cosa non lo è? al di la di ogni forma di giudizio superficiale ho sempre creduto, specialmente dopo aver visitato Chernobyl, che a volte dovremmo ricordare che in fondo siamo solo di passaggio, e che forse il senso di tutta la nostra vita è lasciare qualcosa di buono “da dove siamo passati”.

to be continued …

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