Un viaggio, nel viaggio

Marzo 28, 2019
Bambù Train, un mezzo di trasporto su rotaie dismesse, con motore a scoppio, che collega due villaggi contadini che barattano il passaggio (raggiungibili ora anche da turisti che pagano per farci un giro)

Sportarsi da una città all’altra in un paese straniero potrebbe essere molto agevole, ma anche molto complicato, a volte addirittura molto rischioso.

Un servizio di trasporto pubblico o privato che collega due città, bene o male lo si trova sempre, anche nei paesi meno sviluppati. Tuttavia, si può anche optare per un servizio, pubblico o privato, locale, ovvero al di fuori dei trasporti convenzionali di uso comune o turistico, e le ragioni per i residenti possono essere le più svariate, come ad esempio i costi, o la capillarità dei servizi locali che a differerenza di quelli regionali o nazionali tendono a coprire altre tratte altrimenti scoperte. La domanda che sorge spontanea è: perché mai dovrei prendere un servizio locale? Se posso percorrere una tratta in breve tempo, in comodità e sicurezza, perché mai dovrei optare per un servizio molto scomodo, poche informazioni, e con tempi di percorrenza triplicati? Non sarebbe meglio arrivare il prima possibile a destinazione per riprendere la vacanza anziché perdere ore per uno spostamento e per giunta spesso senza “vedere niente”?

Un tuk tuk, utilizzato in gran parte dell’Asia centrale per piccoli o medi spostamenti, può essere anche condiviso come in questo caso. Economico, immediato ma anche rischioso e scomodo.

Or bene, questa seconda scelta è esattamente quella che faccio io. Il motivo che mi spinge a ricercare e quindi a spostarmi in modo non convenzionale per uno straniero, è perché nel mio viaggio-tipo, gli spostamenti sono parte imprescindibile dell’esperienza di viaggio, e rappresentano per me una delle “cose da fare”.

Certo può significare un monumento in meno da vedere a volte, ma tanta vita in più. È stato quello che scelsi di fare quando dovevo sportami tra due località nel nord della Cambogia; potevo scegliere tra un autobus diretto o una macchina privata e raggiungere la mia meta in 2 ore, ma, scelsi di arrivarci alla vecchia maniera (secondo la loro tradizione prima delle strade pubbliche, e sopratutto passando per quei villaggi raggiungibili solo con i mezzi locali capillari) ovvero, navigando la tratta con una “barcaccia” con motore a scoppio, con elica a pelo d’acqua su di un fiume, con un orario di partenza difficile da reperire perchè noto ai residenti, essendo un servizio di trasporto a loro riservato (non ci sono indicazioni per strada per intenderci) e con un orario di arrivo indicativo che poteva variare anche di molte ore a seconda del viaggio. In pratica, per percorrere 150 chilometri, anziché metterci le due ore stimate via terra, impiegai 7 ore.

Sul tetto della barca insieme ai pescatori di pesce gatto e coccodrilli, attraversando i villaggi galleggianti

Con il senno del poi, posso affermare che questo spostamento (uno dei tanti “strani” fatti a giro per il mondo in questo modo) è stata la vera meta di quel viaggio. È tutto qui il mio concetto di viaggio, che non ha una meta, perché esso stesso è meta. Un viaggio nel viaggio.

Questo spostamento in particolare, è stato uno dei più intensi e belli di sempre, tra i contadini che popolano il fiume abitando le palafitte che si ereggono sulle canne di bambù lungo tutto il percorso, la pausa “caffè” in un abitazione galleggiante con riso e salse non ben identificate, la pausa pipì su una palafitta fronte fiume, gli imprevisti dell’elica dell’imbarcazione che, riempitasi di foglie, doveva essere liberata per poter ripartire, i coccodrilli, i cespugli che in alcuni punti stretti coprivano completamente il corso d’acqua, il sole preso sul tetto della barca senza alcuna protezione o maniglia per reggersi, le soste per caricare e scaricare la merce…

Condividere un taxi elefante, per salire una montagna che altrimenti a piedi sarebbe stata dura.

to be continued….

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