Tutsi Genocide (Rwanda, parte 1)

Febbraio 13, 2019

Il Rwanda oggi è un paese considerato tranquillo (anche se ho trovato americani attivisti che lavorano per prevenire futuri genocidi), molto variegato quanto al territorio, considerato il paese meno africano per via di uno sviluppo indotto dagli europei del Belgio (ad esempio c’è un ottima rete stradale che collega le principali mete), che si sta aprendo al turismo con successo, perchè nonostante sia un piccolissimo paese al centro di un grandissimo continente, può vantare attrazioni uniche, come la foresta pluviale naturale più antica d’Africa, la famiglia più numerosa di gorilla di montagna in via di estinzione, uno sbocco sul grande lago Kivu.

vista sulle montagne nel sud ovest del paese, 2500 mt

Il Rwanda è noto alle cronache Europee per il genocidio dei cento giorni, in cui nel 1994 furono uccise circa 800.000 persone (il numero esatto non si saprà mai) principalmente con machete e bastoni chiodati ad opera dell’etnia Hutu a danno dell’etnia Tutsi e Hutu moderati, sopratutto la differenziazione in gruppi fu cavalcata dai Belgi, allora in forze nel paese, che catalogavano gli indigeni con visite mediche a cui seguiva la dicitura sui documenti, riportante l’etnia di appartenenza, in particolare i pigmei, gli hutu e i watusti, differenziandoli per altezza, tratti somatici in genere come il naso piu grosso, ed infine per l’intelligenza. Dei tanti memoriali sparsi in tutta la nazione (un centinaio), in particolare nell’ovest a confine con il Congo, e nel sud a confine con il Burundi, ci sono molte chiese, oggi luoghi della memoria, in cui ci furono i massacri di gruppo più numerosi per via dell’alta concetrazione di Rwandesi di etnia Tutsi in quelle zone.

una teca contenente ossa di bambini al memoriale di Kigali (la capitale)

Di tutti i memoriali che ho visitato, di cui vi parlerò in altri articoli, quello di Kigali è sicuramente quello più “politicamente corretto”, più teatralizzato, rivolto al visitatore straniero. Sicuramente molto forte, con delle sale contenenti installazioni, ossa, immagini sistemate lungo un percorso multimediale in cui è spiegata la storia dei cento giorni. Un memoriale “occidentalizzato” ben curato, con le guide, e con un commercio non da poco dato che per poter scattare alcune foto ho dovuto richiedere un pass apposito al costo di circa 20 euro (con 1 euro e 50 si mangia abbondantemente nei ristoranti tipici a buffet).

uno scorcio del museo in cui vengono mostrate immagini riguardo la classificazione delle diverse etnie
una sala del museo contenente fotografie di persone uccise o scomparse a Kigali durante il genocidio

Non è stato per me molto esaustivo, come del resto anche il memoriale dedicato ai militari Belgi uccisi dalla resistenza rwandese, in cui solo una parte della verità emerge, anche se con spunti molto interessanti. Nell’insieme, in capitale, questi due memoriali danno un infarinatura generale, ma superficiale, di quello che fu un massacro cruento come pochi, e politicamente un gran pasticcio di cui ancora oggi non si è fatta luce su molti punti. (coinvolti Belgio, Francia e Nazioni Unite)

la facciata dell’edificio in cui sono morti soldati belgi, oggi adibito a luogo della memoria.
un opera all’interno del memoriale, realizzato da studenti, rapprensenta i maggiori genocidi dell’epoca contemporanea, come Auschwitz, Killing Fields, Birmania…

Anche l’hotel Mille Collines (noto gazie al film Hotel Rwanda), mi sono meravigliato di non aver trovato alcun riferimento ai fatti accaduti in questo posto, unica fonte di speranza del paese in cui mentre in ogni angolo venivano compiuti massacri, lì, si salvavano vite.

to be continued…

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