Una prigione per la mente (Auschwitz, Pawiak, Polonia)

Maggio 17, 2018

l’ingresso del carcere più famoso di Varsavia

Questa volta siamo in Polonia; con una coppia di amici, decidiamo di andare in visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau con l’obiettivo di approfondire il valore della dignità umana.  Il viaggio prevedeva un tour di 4 città polacche, di cui due occupate dai nazisti in tempo di guerra e due non occupate, per vedere alcune realtà con storie diverse, nel dopoguerra. Il tour prevedeva la visita  dei luoghi della memoria come prigioni, cimiteri, centri storici e musei, lasciandoci per ultima la città di Cracovia, nota per la vicinanza ai luoghi della memoria più famosi d’Europa.  Giunti a Varsavia, capitale della Polonia,  nonché la città più grande del paese, fu occupata dai nazisti nel 1939 e ci sono molti luoghi simbolo dell’occupazione che offrono molti spunti di riflessione; probabilmente, il luogo simbolo del nazismo per eccellenza della capitale è il carcere di Pawiak.

Con l’occupazione nazista il già carcere di Pawiak divenne una prigione della Gestapo, un carcere politico in cui transitavano prigionieri politici con destinazione Auswitz, anche se in 37.000 non uscirono mai da quel luogo e per questo fu definito il campo di concentramento di Varsavia.

il corridoio delle celle

Adibito a museo, oggi è suddiviso in due ali, da un lato un museo con cimeli di ogni tipo, a testimonianza delle persone morte o transitate dal carcere, nonchè della dominazione nazista; dall’altra parte,  un corridoio con le prigioni, la sala degli interrogatori, quella dei Kapò o delle SS.

 

in una teca la tristemente famosa divisa “zebra”

La visita in questo luogo è stata in qualche modo preparatoria rispetto a quella sui campi di concentramento che sarebbe avvenuta due giorni dopo, in particolare ricordo questa visita per via una stanza che ha segnato molto la mia giornata su Varsavia, la “cella di attesa”.

Una cella di isolamento

In questa stanza venivano fatte sedere le persone in stato di fermo, in attesa di essere interrogate, maggiormente si trattava di persone perseguite per fini politici, o che in qualche modo non sottostavano alla  linea politica del governo centrale tedesco.  La sua caratteristica era data dal fatto che le persone in stato di fermo dovevano aspettare il turno del loro interrogatorio seduti uno accanto all’altro in una cella angusta, fronte muro, senza poter parlare o alzarsi (nemmeno per andare in bagno) e il loro turno poteva arrivare anche qualche giorno dopo… ovviamente lo scopo era infliggere una tortura, mentale e psichica, laddove a persone di quel tipo probabilmente non avrebbero estorto confessioni improbabili con torture fisiche, prima bisognava abbattere le aspettative di speranza, la determinazione, la convinzione e, quando qualcuno emotivamente oltre che fisicamente crollava, avvolto dal grigio dei propri pensieri in quella stanza buia, fronte muro per ore, giorni…. Solo allora si procedeva all’interrogatorio.

La cella “di attesa” con le sedie fronte muro…

Molti dei “fermati” subiva pesanti percosse, che spesso portavano alla morte, per il fatto di essersi un attimo alzati dalla sedia, o aver fatto una domanda, chiesto acqua o di andare in bagno, anche per il fatto di essersi addormentate… una condizione di prigione per la mente prima che per il corpo. Ecco, questa stanza, è stata una parte molto forte e significativa della mia visita in Polonia, immaginando il senso di ingiustizia a cui erano sottoposte le persone di pace e che non potevano far niente. Il senso di tortura, come tale riconosciuta, di questa situazione è ben spiegata dalle parole di Gervaso: «Meglio condannare un trentenne a cinquant’anni di carcere che un ottantenne all’ergastolo.»

 Mai togliere all’uomo la speranza.

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