L’albero della morte (Killing Fields, Phonm Penn, Cambogia)

Maggio 3, 2018

Al primo impatto con quello che fù  il più grande “campo della morte” del regime Khmer,  alle porte di Phonm Penn  (Cambogia) potreste pensare di aver sbagliato luogo… non ci sono le baracche che ti aspetti (sulla falsa riga dei campi di concentramento nazisti) non c’è la visita di gruppo organizzata, ne passerelle su cui camminare. C’è un grande campo con delle buche.

 

L’unico modo per visitare i campi della morte, è quello di addentrarsi lungo improbabili sentieri, seguire per quanto possibile improvvisati cartelli, e non guardare troppo dove si mettono i piedi, su un terreno disseminato di frammenti ossei e resti di vestiti che lo stesso restituisce dal 1980 dopo ogni stagione dei monsoni…

 

Passeggiando lungo sentieri arrangiati, terreni sabbiosi, accanto a grandi alberi asiatici e laghetti, tra le galline che beccano qua e la con a seguito i loro pulcini… si trovano dei cartelli che indicano alcuni luoghi in particolare; colpisce da lontano un grande albero, sembra colorato; avvicinandosi si scopre che quello che dava colore alla pianta  erano dei braccialetti di stoffa colorati, appesi lungo il tronco, il tutto molto bello, ma con un senso di “nero” che lo accompagnava; senso di disagio subito spiegato dal cartello in legno posto sotto l’albero: albero contro il quale venivano uccisi i bambini sbattendoli … un esercito di adolescenti presi dai villaggi, plagiati, esaltati, spesso in preda a droghe ed alcool, in un contesto di disorganizzazione e di ordini contrastanti, tra qui quello di eliminare i bambini ma senza usare le pallottole (che avevano un costo) i ragazzi si inventarono dei “passatempo” unendo quello che era il loro utile al dilettevole, come apppunto sbattere i bambini contro gli alberi, oppure sgozzare i più grandi con foglie secche di palma, che una volta strappate vie le foglie ne ricavavano una sorta di sega naturale… ragazzi molto giovani che in preda alla follia consideravano il valore della vita umana pari a 0 .

 

Quando poi l’esercito, iniziate le razzie, era più organizzato e ricco, il gioco sadico diventava lanciare in aria i bimbi per spararli,  in una sorta di tiro al piattello umano.

prosegue… 

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