Sì viaggiare

Maggio 29, 2020

Viaggiare non è una gara a chi visita più paesi, fare la conta dei luoghi in cui si è stati, vedere più attrazioni possibili. Non è spostarsi da un luogo ad un altro, non dipende dai chilometri percorsi, né tantomeno dal numero di persone che seguono le nostre avventure sui social. Viaggiare è un modo di vivere e di raccontare.

Il viaggio è fatto anzitutto di curiosità e coraggio, di guardarsi dentro, di osservare il mondo nel qui ed ora. Qual è la differenza tra una persona che ha visitato 35 paesi del mondo e non ha niente da raccontare, e chi stando fermo alla fermata del pullman in attesa e offre ogni giorno una storia diversa? Solo ed unicamente lo sguardo curioso, ma non verso il mondo, ma verso sé stesso, perché il mondo dipende dallo sguardo. Un fiume può apparire banale ad una persona o suscitare grande emozione ad un’altra, il fiume è sempre lo stesso, cosa suscita dipende dall’osservatore. Quando una persona entra in empatia con il mondo che lo circonda nel qui ed ora coglie la sua bellezza in ogni dove, perché non è il viaggio che fa il viaggiatore ma è il viaggiatore che fa il viaggio.

Una domanda da non fare mai a un viaggiatore curioso è quale meta ha preferito tra tutte, o quale la cosa più bella che ha visto, o l’esperienza più significativa. Il viaggiatore non potrà mai stilare una classifica perché ha colto la bellezza in ogni suo passo. La preoccupazione di non poter viaggiare in un luogo lontano, come ad esempio in questo periodo di restrizioni, smaschera il viaggiatore per evasione, perché il viaggiatore curioso è in grado di trovare bellezza ed emozione anche semplicemente andando al parco del proprio paese per l’ennesima volta.

Il viaggio è nella testa, dice un noto detto, io personalmente direi che più che altro il viaggio è nel cuore, perché il viaggio è un fatto di empatia.

LA CULTURA DELLA GUERRA

Maggio 14, 2020
L’attuale muro di cinta del ex carcere della STASI

Accompagnato da un perseguitato ai tempi della guerra fredda, la visita al carcere tedesco della STASI è stata interessante sia sotto l’aspetto storico, sia sotto l’aspetto esperienziale. La spiegazione delle dinamiche degli interrogatori manipolativi e la vita all’interno delle celle, raccontata da chi quegli spazi li ha vissuti, assumono connotazioni emotive che consentono di cogliere il significato più profondo delle ingiustizie subite, oltre i soliti racconti didascalici e  statistici.

le celle sottoranee

Sulle onde emotive del film “Le vite degli altri”, dopo aver visitato il museo della DDR e il muro di Berlino, nel complesso, la visita a questo edificio è stata importante per capire meglio quel periodo storico che in nessuno altro posto del mondo è stato vissuto in modo viscerale come a Berlino. Gestito da volontari, oggi l’ex carcere, ha lo scopo di raccontare quelle verità che tutt’oggi vengono negate ai più. Lo scopo dei volontari è anche quello di mantenere viva una storia di cui il governo oggi non si preoccupa molto, come fosse un parente scomodo semplicemente ci convive, e soprattutto si pone da contraltare ai tanti tedeschi nostalgici che si dividono tra negazionisti, affermando che in quel carcere non succedeva nulla di strano, e quanti auspicano un ritorno di leggi vigorose e controllo sociale.

una delle stanze adoperate per gli interrogatori manipolativi
il mezzo più famoso utilizzato per lo spionaggio dalla STASI, addobbato da ambulante e pargheggiato nelle immediatezze del punto di interesse, al suo interno vi erano le apparecchiature per l’ascolto

La guida ci spiegava anche come quel carcere oggi è rappresentativo di una cultura perché, raccontava, la differenza culturale tra Berlino Ovest e Berlino Est non è crollata insieme al muro, e anche se i più non la notano, i residenti avvertono benissimo questa differenza sino ad arrivare a frequentare ognuno i propri spazi. La STASI non è stata semplicemente l’organizzazione statale per lo spionaggio tedesco, ma è una cultura. Le ingiustizie vissute dalla guida, raccontate durante la visita, si fanno angoscia quando alla fine resta chiaro che una prigione si può chiudere, un’organizzazione smantellare, un muro crollare, ma la cultura resta.

questa cella serviva ad isolare soggetti pericolosi per se stessi, non aveva angoli, ne arredi
interamente imbottita e buia, poteva essere utilizzata anche come tortura psicologica

Il nazismo prima, la guerra fredda dopo, non sono altro che la manifestazione di una cultura “deviata” che si può trasformare solo attraverso la crescita di una cultura del valore della vita e delle cose.

La cultura del genocidio

Aprile 30, 2020
Un disegno realizzato dagli studenti di Kigali accomuna tutti i genocidi conosciuti

Se partiamo dall’assunto che la cultura è quell’insieme di codici intellettuali, morali, comportamentali e perché no antropologici che l’uomo assume per identificarsi nel mondo, allora ogni manifestazione, che sia essa positiva o negativa, non è altro che la manifestazione di una cultura. Su un cartellone che ho trovato esposto in un memoriale del genocidio dei cento giorni in Rwanda, a seguito degli studi effettuati da alcuni esperti, è dichiarato che tutto nasce da una condizione di povertà. Povertà materiale, di conseguenza intellettuale, quindi politica ed infine culturale. Al contrario, come spiegato in un altro cartello esposto nello stesso memoriale, la giustizia sociale e democratica, crea educazione e quindi convivenza.

L’ingresso del famoso hotel delle Mille Colline reso noto dal film Hotel Rwanda

La cultura di un popolo lo identifica, allo stesso tempo quella cultura è relativa ad esso, ovvero è parziale. La cultura globale, d’altro canto, non è più identificativa di nessun popolo pur conservando il carattere della parzialità. In definitiva potremmo oggi affermare che la vera ricchezza è nella convivenza ed interconnessione delle culture dei popoli, preservandone le peculiarità, perché solo dalla relazione tra le culture si può attingere al serbatoio della saggezza, mentre il secchio d’acqua fornito dalla cultura della globalizzazione è presto che prosciugato. La differenza è ricchezza solo quando preservata, diventa povertà quando appiattita dall’omologazione.

La cultura del tentativo della democrazia, utopia sociale (Platone), resta l’unica strada perseguibile in tutto il mondo. Se pur non praticabile, essa è talmente potente che basta il perseguimento del suo scopo per mettere nelle condizioni l’uomo di iniziare il suo cammino personale di realizzazione. Al contrario, la dittatura culturale non consente a nessuno di esprimere la propria missione, o come dicevano i greci, di realizzare il proprio demone, e quindi di essere felici.

Museo del Genocidio – Rwanda

My Religion

Aprile 2, 2020

Ho sempre organizzato la visita alle comunità “primarie” (quasi per niente contaminate dalle culture straniere) in maniera metodica avendo chiare da subito le finalità. L’esperienza nell’insieme doveva prevedere non solo lo spostamento, il vitto e l’alloggio insieme alle comunità locali, ma anche la condivisione di alcune esperienze sociali importanti come ad esempio l’incursione nei luoghi di insegnamento nei momenti di attività, e nei luoghi di aggregazione come i mercati, i cimiteri e dove si pratica lo sport. La visita normalmente comprende anche la partecipazione a riti funebri o matrimoniali (quando si crea la possibilità) e la partecipazione ai riti religiosi.

L’esperienza religiosa che più ha stimolato la mia curiosità è stata indubbiamente quella che ho vissuto in un ashram alle porte di Nuova Delhi (India). Questo ashram si sviluppa su un’area sacra, condivisa da religiosi di ogni dove. Sono state erette diverse strutture di cui alcune facilmente riconoscibili – come la moschea e il tempio dedicato a Shiva – altre a me sconosciute. Ho contato 18 luoghi di culto, ma nel caos generale non escludo che ve ne fossero altre.

Mentre curiosavo in giro, individuai l’ingresso della moschea e mentre cercavo di farmi strada per conquistare l’ingresso ed entrare, mi accorsi che la calca era dovuta al momento particolare della giornata: era l’ora della preghiera. Non appena mi resi conto che stavo calpestando i tappeti “personali” dei ragazzi pronti alla preghiera, mi chinai immediatamente per togliermi le scarpe e liberare la zona, quando un ragazzo mi afferrò per il braccio e mi fece spazio sul suo tappeto invitandomi a condividere lo spazio con lui. Fu cosi che mi ritrovai in pochi istanti piegato col viso sul pavimento, a eseguire istintivamente quei gesti dettati da una voce al microfono proveniente dall’interno della moschea: “Allah Akbar”! Un po’ per curiosità, un po’ per timore di mancare di rispetto al mio vicino, seguii i movimenti come tutti gli altri, in silenzio. Mi lasciai andare e alla fine imitai i piegamenti, seppur non ne comprendessi il significato, nella consapevolezza che stavo condividendo un momento di preghiera. A quel punto lo feci con gioia. Al termine della preghiera, il ragazzo mi sorrise e mi ringraziò per aver vissuto con lui quel momento e parimenti fecero i vicini di tappeto.

musulmani all’interno del ashram, a sinistra la moschea, difronte tempio induista

L’ashram era pieno di fedeli di ogni tipo. Era il pomeriggio verso l’ora del crepuscolo ed erano in corso diversi riti, alcuni veramente bizzarri per me. In un cortile, ad esempio, c’erano una trentina di ragazze, tutte vestite di bianco, con a capo una ragazza che, quasi in preda ad allucinazioni, si dimenava scapigliata urlando frasi che le seguaci ripetevano. In un altro angolo c’era una sorta di baracca con all’interno un guru a cui si rivolgevano famiglie con bambini offrendo in dono della frutta per ricevere in cambio un fiore. Tutto l’ashram era un brulicare di riti, colori, odori forti.

Una considerazione vorrei farla. Dopo aver assistito, a volte anche partecipato, a riti di 9 religioni in 4 continenti, penso che una cosa sia tentare di capire il credo di una cultura diversa praticato in Italia oppure visto in tv, tutt’altra cosa sia toccarlo con mano nei paesi di appartenenza, nei contesti culturali dove i riti sono radicati.  Penso che si possa comprendere una fede solo calandosi in quei contesti, non credo si possa giudicare dall’esterno un rito come “strano” se prima non si conosce quella cultura.

metodisti pregano in coro (USA)
purificazione fiume Gange (India)
una chiesa Ortodossa, dentro una chiesa più grande costruita intorno (Ucraina)
tempio buddista millenario (Cambogia)

Una curiosità: tra tutti i riti a cui ho partecipato, quello più bello, energico e gioioso in assoluto per me, è stato un rito celebrato all’ora di pranzo in un complesso religioso scolastico (krishna) in cui alcuni monaci suonavano e dispensavano incensi, fiori e parole a me sconosciute; i partecipanti condividevano il momento di gioia cantando e danzando.

Krishna

IT’S CORONA TIME

Marzo 26, 2020
Uno scorcio di Manhattan.
Questo quariere di New York rappresenta il tentativo dell’uomo di affermarsi su questo pianeta.

In questi giorni di quarantena (marzo 2020) la mia mente torna ad alcuni luoghi “primari” che ho avuto la fortuna di visitare e dove un giorno spero di ritornare. Mi tornano in mente perché questo periodo in cui la specie umana in alcuni luoghi del pianeta si è quasi fermata del tutto, la natura in brevissimo tempo si è ripresa molti spazi. Penso alle acque della laguna veneziana che in poco tempo sono tornate limpide, penso ai delfini che stanno popolando i porti di molte città italiane, ai pesci nei fiumi delle grandi città e agli uccelli nei parchi urbani che iniziano a riprendersi alcune di queste zone da cui erano fuggiti. Il cielo limpido di alcune aree industriali che normalmente è grigio. Penso anche al silenzio. Tutto questo mi fa tornare alla mente la visita nella zona di esclusione di Chernobyl dove la prima e più potente immagine che mi torna alla mente sono gli alberi che si sono ripresi gli spazi prima cementificati.

Una giostra abbandonata a Pripyat pian piano viene risucchiata dalla natura.
(Ucrania)

Penso all’equilibrio delle cose, o meglio, naturale, che non è affatto un “bilancino”, spesso è crudele, perché l’equilibro naturale non è l’equilibrio pensato, studiato, cercato dall’uomo moderno. Un equilibro che oggi l’uomo moderno dovrebbe riconsiderare per quello che è. Grazie a questa sofferenza potrebbe ad esempio chiedersi come mai si soffre? Sarà davvero perché chiuso in casa per qualche giorno? Ricordo Nelson Mandela che faceva un’ora di corsa al giorno sul posto, nella sua cella, e ricordo chi in prigione ha scoperto la sua vocazione e si è liberato dalle catene del destino.

Eppure, la libertà è uno stato d’animo. Una scelta. (Ecuador)

In questi momenti di quarantena penso anche al fallimento delle organizzazioni tutte, perché ad entrare in crisi non sono le organizzazioni ma le persone che la compongono, intasate da mille inutili informazioni e stress emotivi di ogni tipo che vanificano le strutture organizzare come la politica.

Riconsidero, non perché ne avessi bisogno, la religione, la filosofia, l’educazione all’amore, all’empatia. Adesso, chiusi in casa, chi più chi meno, a cosa servono le mille e duemila informazioni fin qui acquisite? Cosa salverà l’individuo da se stesso? I titoli? I soldi? La bella casa? La grande macchina?  Il super computer? io sarei propenso a riconsiderare l’ozio (nel senso romano del termine: riflettere, allo scopo di prendere decisioni funzionali alla vita), quelle materie come la filosofia e la religione che fino a ieri “non serve per pagare la bolletta”, ma che oggi serve per salvare la vita.

Buddisti pregano sotto l’albero dell’illuninazione (India)